Governo Monti: più Iva e meno Irpef. Sarà la ricetta giusta? La linea guida del governo Monti è nota: maggiore equità. Uno degli interventi possibili è quello della riduzione dell’Irpef attraverso un incremento dell’Iva: traducendo, aumentare le tasse sui beni e ridurre quelle sulle persone.
Uno scambio – definito equo da molti – che porterebbe all’innalzamento di uno o due punti l'aliquota ordinaria dell'imposta sui consumi, oggi al 21 per cento (e forse di uno anche l'aliquota ridotta del 10 per cento). In contropartita, ridurre i primi due scaglioni di Irpef al 22 e 26 per cento: un punto in meno dei livelli attuali.
Tale misura porterebbe circa 6,3 miliardi in più dagli scontrini e circa 4,2 miliardi in meno nelle dichiarazioni dei redditi. Ma a quale prezzo?
Non c’è dubbio che l’innalzamento dell’Iva possa portare immediatamente nelle Casse dello Stato nuovi liquidi, ma potrebbe innescare quel “vortice” pericoloso della depressione dei consumi e dell’innalzamento dell’inflazione.
Per avere un riscontro immediato dell’effetto basta guardare gli ultimi dati sull’inflazione disponibili: nel mese di ottobre i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,6% rispetto a settembre e del 3,4% sullo stesso mese del 2010. Registrando nuovi record, a causa soprattutto dell’innalzamento dell’Iva appena rivisto all'insù di un punto dalla manovra estiva.
Dunque è necessario valutare attentamente tale provvedimento.
LE STIME
Se l'aliquota ordinaria, che colpisce la quasi totalità dei beni di consumo, passasse dal 21 al 23 per cento, lo Stato incasserebbe ben 8,4 miliardi. Di questi 6,3 verrebbero dalle tasche di 25 milioni di famiglie italiane. Andando ad incidere sul 21 per cento della spesa delle famiglie “più in difficoltà” e sul 36 per cento della spesa delle famiglie più ricche.
Alzare anche l'aliquota Iva ridotta del 10 per cento è ancora più insidioso, perché andrebbe ad incidere maggiormente sulle famiglie in condizioni economiche meno favorevoli (inciderebbe per il 26 per cento dei meno abbienti e il 21 per cento dei benestanti).
L’incremento di un punto varrebbe circa 854 milioni all'anno e si abbatte su alcuni beni alimentari di base (carne, pesce, uova, acqua, frutta e verdura, pasticceria), alberghi, bar, ristoranti, farmaci, trasporti, spettacoli, elettricità, gas, telefono. 21 / 11 / 2011
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