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Lavoro: polemica sulla riforma dell’articolo 18. Ecco cosa dice e a chi si applicherebbe. Le ipotesi

Prosegue lo scontro tra governo e sindacati, ma anche tra sindacati e imprese, sulla riforma del mercato del lavoro.

Il nodo della discussione è la possibile modifica dell’articolo 18. La norma nello Statuto dei lavoratori del 1970 vieta i licenziamenti in mancanza di giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti.

COSA DICE L’ARTICOLO

(Legge 20 maggio 1970, n. 300)

L’articolo 18 afferma che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo.

In assenza di questi presupposti, il giudice dichiara l'illegittimità dell'atto e ordina la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro. La reintegrazione deve avvenire riammettendo il dipendente nel medesimo posto che occupava prima del licenziamento, salva la possibilità di procedere al trasferimento in un secondo momento, se ricorrono apprezzabili esigenze tecnico-organizzative o in caso di soppressione dell’unità produttiva cui era addetto il lavoratore licenziato. In alternativa, il dipendente può accettare un'indennità pari a 15 mensilità dell'ultimo stipendio, o un'indennità crescente con l'anzianità di servizio.

Il lavoratore può presentare ricorso d'urgenza e ottenere la sospensione del provvedimento del datore fino alla conclusione del procedimento.

Lo Statuto dei Lavoratori si applica solo alle aziende con almeno 15 dipendenti.

Nelle aziende che hanno fino a 15 dipendenti, se il giudice dichiara illegittimo il licenziamento, il datore può scegliere tra la riassunzione del dipendente o il versamento di un risarcimento. Può quindi rifiutare l'ordine di riassunzione conseguente alla nullità del licenziamento. La differenza fra riassunzione e reintegrazione è che il dipendente perde l'anzianità di servizio e i diritti acquisiti col precedente contratto (tutela obbligatoria).

I NUMERI

In Italia sono quasi due terzi i lavoratori dipendenti sono tutelati dall'articolo 18.

In base alle stime della Cgia di Mestre, se si analizza solo la platea dei lavoratori dipendenti presente nel nostro Paese, oltre il 65% degli occupati lavora nelle aziende con più di 15 dipendenti.

Da ciò si evince che la maggioranza dei lavoratori dipendenti è tutelata dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Gli addetti che lavorano nelle aziende con meno di 15 raggiungono il 54,3%, mentre quelli che sono occupati nelle imprese con più di 15 dipendenti non raggiungono il 46% del totale.

Da questi dati, sottolinea la Cgia, sono esclusi i lavoratori del Pubblico impiego, quelli occupati nel settore dell'agricoltura, nonchè i cocopro ed i lavoratori a progetto.

IPOTESI DI RIFORMA

Il governo starebbe lavorando ancora alla riforma del lavoro nel suo complesso senza entrare nel dettaglio dei vari capitoli.

Un’ipotesi è però rilanciata dal senatore del Pd Piero Ichino che intervistato dal Sole 24 Ore, delinea l’effetto della modifica.

Per il Professore ci sarebbe troppo allarmismo perché la riforma riguarderà solo i nuovi rapporti di lavoro e le tutele per i lavoratori saranno contenute nel contratto unico.

Ci sarebbero poi degli effetti positivi: la norma - spiega Ichino - raddoppierebbe il campo di applicazione. Oggi, infatti nell'area del lavoro precario non si applica.

Per i licenziamenti da motivo economico od organizzativo, invece, il controllo giudiziale sul motivo stesso verrebbe sostituito dalla responsabilizzazione dell'impresa nel passaggio del lavoratore al nuovo posto.

Uno dei cardini della riforma - sottolinea Ichino - deve essere l'estensione a tutti del trattamento speciale di disoccupazione, pari all'80% dell'ultima retribuzione per il primo anno dopo il licenziamento. Per questo primo anno il trattamento completamente a carico dell'impresa sarebbe minimo: il 10% di differenza per arrivare al livello danese. Che aumenterebbe all'80% nel secondo anno, tutto a carico dell'impresa, ma solo se non sarà riuscita a ricollocare il lavoratore entro il primo anno.

20 / 12 / 2011


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