Mutui subprime: ad un anno dalla crisi la soluzione è ancora lontana
Il 6 agosto 2007 falliva American Home Mortgage, colosso dei mutui statunitensi: all'epoca tutti si affrettarono a parlare di crisi finanziaria passeggera, ma quella che stava cominciando era invece una crisi globale, i cui effetti si fanno sentire ancora ora.
In dodici mesi le Borse mondiali hanno bruciato oltre 5 mila miliardi di euro, hanno svalutato 500 miliardi di attivi bancari e determinato il licenziamento di oltre 100mila dipendenti.
In realtà i mutui subprime avevano mandato avvisaglie di crisi già nei primi mesi del 2007, con i primi allarmi sugli utili di Hsbc e New Century Financial Corp.
Ma ad agosto, dopo il crollo di valore di due fondi d'investimento di Bear Stearns e il fallimento di American Home Mortgage, i mutui subprime avevano conquistato l'attenzione del mondo intero.
All'origine della crisi, i mutui cosiddetti "speciali" dedicati ai creditori con basso rating, magari già protestati o senza sufficienti garanzie: un settore insomma di nicchia, appena mille miliardi di dollari nel mare della finanza.
Ma mille miliardi moltiplicati in progressione aritmetica. Per renderli più "commerciabili", questi titoli di debito erano stati impacchettati dalle banche in obbligazioni, quindi in Cdo (obbligazioni di obbligazioni) e ancora in "Cdo al quadrato", attraverso la tecnica della cartolarizzazione.
A questo punto, sono entrati in scena i derivati, che, assicurando le obbligazioni a prezzi fissati, avevano diffuso le obbligazioni a rischio tra i bilanci delle banche di mezzo mondo. Da qui al panico il passo è stato breve.
Con i primi fallimenti legati a queste "mele marce", la fiducia degli operatori è crollata, e i tassi di interesse interbancari sono lievitati creando gravissimi problemi di liquidità alle banche.
Lehman Brothers, a settembre, annunciava svalutazioni per 700 milioni di dollari, Morgan Stanley quasi un miliardo di perdite tra utili in calo e rettifiche. Affondava Bear Stearns, bruciando 1,2 miliardi di attivo in svalutazioni.
In Europa scoppiava il caso della banca svizzera Ubs, della tedesca Ikb o dell'inglese Northern Rock: negli ultimi dodici mesi l'intero mercato bancario ha insomma svalutato utili per oltre 350 miliardi di dollari.
L'ultimo passaggio dell'effetto "domino" ha poi esteso a tutta l'economia reale la crisi, a cominciare dalle famiglie. Infatti, l'incremento dei tassi di interesse interbancari, primi fra tutti Euribor e Libor, si è trasmesso ai tassi dei mutui variabili, calcolati come somma tra uno spread prefissato e il Libor o Euribor.
Così i mutui europei e americani sono saliti vertiginosamente di prezzo, pesando sui bilanci familiari e contraendone i consumi.
Soltanto nei primi sei mesi del 2008 sono fallite oltre 513mila società statunitensi: le banche centrali sono dovute intervenire più volte, modificando i tassi di rifinanziamento o aprendo linee di credito privilegiato per salvataggi in extremis, come nel caso di Freddie Mac e Fannie Mae.
Oggi, a dodici mesi dal collasso di American Home Mortgage, ancora non si intravede la fine della tempesta.
05 / 08 / 2008