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domenica 16 giugno 19 - 12:53






Pensioni: come saranno. Allarme per giovani e autonomi

L’evoluzione della struttura sociale italiana ha modificato l’equilibrio del sistema pensionistico: in particolare, si è verificato un progressivo aumento della vita media e una contemporanea riduzione delle nascite, che significa meno popolazione attiva in futuro, quindi meno lavoratori che versano contributi previdenziali e meno entrate per le casse di previdenza pubblica.

Per questi motivi è lecito attendersi una progressiva riduzione del cosiddetto “tasso di sostituzione” cioè del rapporto tra l’ultimo stipendio e la pensione pubblica percepita.

Una riduzione che sarà progressiva e che avrà conseguenze pesanti soprattutto per chi è oggi giovane e ha di fronte a sé 25/30 anni di lavoro oppure chi svolge un lavoro autonomo e non continuativo, non accumulando così molti contributi.


LE PROSPETTIVE

Le future pensioni saranno quindi legate alle contribuzioni dei lavoratori ma anche all’andamento del Pil dell’Italia. C’è dunque da sperare che la stagnazione economica non si prolunghi ancora. E che l’economia italiana torni a crescere.

Insomma, non basterà soltanto restare più a lungo al lavoro (gli italiani con la riforma Fornero sfonderanno quota 68 anni), ma bisogna anche augurarsi che la ricchezza annuale prodotta dal Paese sia consistente e di riuscire a compiere una discreta carriera e un’altrettanta dignitosa crescita del reddito (e quindi dei contributi pensionistici connessi).

LA CRUDA VERITA’

Purtroppo il vero problema è che gli italiani oggi attivi, cioè quelli che hanno un lavoro e che contribuiscono con i loro contributi a pagare le pensioni di chi è già in quiescenza, non sanno bene che non godranno di una pensione generosa come i padri.

E soprattutto non hanno la minima idea di quanto prenderanno, neppure a spanne.

Ricordiamo che il “quando” è agganciato alle aspettative medie di vita. Un complicato algoritmo matematico (aggiornato dall’Istat), stima quanto camperanno in più uomini e donne, domani, tra 10 anni, fra 20 o 30 anni. Ma, a legge invariata, un 30/40enne può serenamente ipotizzare di non potere staccare prima dei 67/68 anni.

Il problema, piuttosto, è intrecciare la scarsa crescita (e quindi la bassa rivalutazione dei contributi accumulati), con le carriere “canguro” (tanti contratti diversi, redditi e contributi modesti e, spesso, una scarsa continuità contributiva). Considerando anche che, con l’introduzione delle novità portate in dote dal Jobs Act (e prima ancora dei contratti flessibili), l’attuale carriera contributiva è fatta spesso di pochi contributi, lunghi periodi di inattività proprio nei primi 20 anni di accumulo.

Un ventennio di accumulo fondamentale soprattutto con il sistema contributivo (che ha scalzato il retributivo), periodo che dovrebbe costituire le fondamenta del castelletto previdenziale. Il rischio è che la bassa crescita porti fra qualche decennio insieme alla mancanza di continuità nei versamenti a pensioni irrisorie, comunque non in grado di garantire una vecchiaia dignitosa.

QUANTO PRENDEREMO. QUALCHE ESEMPIO

Secondo Le ultime simulazioni, un 30enne che ha appena cominciato a lavorare con un reddito netto di mille euro al mese, a 65 anni e nove mesi avrà un vitalizio di 514 euro (cioè il 51%) se la sua retribuzione rimane stabile nel corso del tempo e il nostro paese non esce dalla recessione in cui si dibatte da molti anni.

L’assegno salirà 600 euro (pari al 60%) se staccherà a 69 anni e un mese e l’economia riprenderà a tirare. Se invece fa carriera (retribuzione finale di duemila euro netti il mese), la copertura della pensione si ridurrà drasticamente: si arriva a un vitalizio di 743 euro netti al mese (il 37% dell’ultimo reddito) se l’economia italiana non cresce, e a 858 (il 43%) se invece riprende a tirare.

Ancora peggio per il lavoratore autonomo (30enne con 1.000 euro al mese di reddito): potrà contare su un assegno di appena 432 euro al mese. Non andranno meglio le cose neppure per i redditi più alti (2/3mila euro), addirittura più penalizzati.

ADDIO AL MINIMO

L’ultima cosa che vogliamo ricordare e che in pochi sanno è che la famosa integrazione al minimo (il vecchio assegno sociale), fissata per il 2014 a 501,38 euro, per chi andrà a riposo con il sistema contributivo non esisterà più.

Con il vecchio sistema retributivo, lo Stato integrava la pensione di chi non aveva versato contributi a sufficienza ed elevava l’assegno fino alla soglia sociale. Adesso, con il contributivo l’integrazione sparirà. A conti fatti potrebbe accadere che se un lavoratore ha versato contributi per 30/35 anni, potrebbe avere un assegno inferiore al pensionato attuale integrato al minimo.


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